MACRO MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA DI ROMA 2018-19

 

 

Macro Asilo

 


 

 

Opera in collezione

Senza titolo,1998,olio su tela, polittico, cm 400×180

 

 

 

 

 

 

Ambiente#2

PLEASE stanza di preghiera

Installazione multidisciplinare

1 – 30 dicembre 2018

 

“Divino e sacro: che cosa accade se qualcuno che non è incline a professare una qualsiasi religione riconosce quelle due parole e ne ha esperienza, non meno intensa di quella di un fedele? Dovrà ammettere che quelle due parole indicano qualcosa che sussiste in sé, ancor prima e al di fuori di ogni culto. E già questo invita a squarciare l’involucro protettivo e soffocante costituito dalla superstizione della società.”
Roberto Calasso, “L’innominabile attuale”

 

1 – 2 dicembre
OM (out of Metropoliz)
Installazione sonora di Grazia Cantoni, Daniela Spaletra, Andrea Luporini

4 dicembre
NON C’È TEMPO…NON C’È TEMPO…NON C’È TEMPO… a proposito di Simone Weil
Azione scenica di Tiziana Piccinelli

8 dicembre
POSSESSION
Performance di Arianna Ferreri
Musicista accompagnatore Damoon Keshavarz

9 dicembre
ARDHA (metà)
Performance di Annalisa Deligia

11 dicembre
VATICAN CHAPELS: I LUOGHI DELLA PREGHIERA
Incontro con l’architetto Francesco Cellini

12 dicembre
EDOARDO ALBINATI
Spazi interni e spazi aperti. Letture da “La scuola cattolica”: “La scuola”

 
16 dicembre
TENEBRAE
Una contro-preghiera selon Paul Celan

Allestimento video di F.B. Senhal

 

21 dicembre
DER KAMPF VON STALINGRAD IST ZU ENDE
Allestimento multimediale di Gianfranco D’Alonzo e Davide Damelio

 

22 dicembre
MARCO VANNINI
La preghiera di un pagano: “La Lettera a Marcella” di Porfirio (video)

 

 

23 dicembre
FEED_to care and not to care
Azione video di Gianfranco D’Alonzo, con Olimpia Labrador Retriever

 

28 dicembre
JO EM CONFESSO
Allestimento in ascensore a cura di Gianfranco D’Alonzo

29 – 30 dicembre
ARTEVANGELO
a cura di Salvatore Manzi e Stefano Taccone

 

“Non c’è più tempo per stare a parlare di tutto, di qualsiasi cosa, bisogna parlare di quello che davvero conta. Cioè della religione. Che da divina si è fatta società”. Alberto Abruzzese

 

 

 

 

Considerazioni su un’opera in cammino[i]

di Gianfranco D’Alonzo

“…spegnere la preghiera sulle labbra del santo e far cadere la spada dalla mano dell’eroe”[ii]

Perché,la preghiera?Si potrebbe rispondere,perché no?! Ma la risposta giusta è nella domanda stessa. Elementi di religiosità e di prassi spirituale, anche se non dichiarate, sono di fatto alla base di tanta ricerca dell’arte contemporanea, che quando non è astrazione ricorre a forme mitologiche. Non è un caso che mi capita spesso di citare un pensiero di Abruzzese…Non c’è più tempo per stare a parlare di tutto, di qualsiasi cosa, bisogna parlare di quello che davvero conta. Cioè della religione. Che da divina si è fatta società.

Negli spazi di preghiera che allestisco, a partire dall’Opera in Rete del 2011 Land of prayer, agiscono figure non riconducibili a un immaginario religioso. Paradosso e mimesi sono pratiche di riferimento che mi aiutano nel continuo tentativo di aprire varchi nei recinti che costruisco. Il disegno sta lì per riaffermare la chiusura ermetica, i materiali per determinare i modi di relazione. PerciòPleasediventa, o si fa opera, quando rompe i propri statuti formali di chiusura e partecipa – sottolineo che è lei a partecipare – a considerazioni e a pratiche della quotidianità.

Come in altre occasioni, il primo impatto lo si ha con il grande zerbino – in questo caso bianco e delimitato da una cornice disegnata, una sorta di ricamo nero – che occupa gran parte del pavimento dell’Ambiente#2. Che sia percepito come un tappeto è il primo momento di ambiguità. Chi ne fa esperienza è certo del riferimento a una specifica confessione. Ma il materiale che usiamo davanti agli ingressi delle nostre case per pulirci le scarpe ci dice che ciò non sarà possibile e l’avventore dovrà trovare un altro senso alla sua presenza in quel luogo, che non sarà più quello della visita a una mostra. Anche i quadrati d’oro, che a un primo approccio potrebbero rimandare solo a sé stessi, se inquadrano il volto di una persona sono capaci di modificare la propria natura in forme divinizzanti. Difficile rimettere mano al quadrato, eravamo andati oltre. In questo caso torna ad essere politico, a suo modo.

In Please,ripropongo opere che ho realizzato all’interno della Stanza di preghieradel MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove, attiva dal 2015, oppure collaborazioni precedenti, come nel caso del collettivo Cantoni-Luporini-Spaletra che ha allestito un soundcostruito dopo una settimana di frequentazione con gli abitanti dell’occupazione Metropoliz_Città Meticcia. Altre arrivano da amici, artisti e non, come nei casi delle performer Annalisa Deligia e Arianna Ferreri, e dell’architetto Francesco Cellini che ho conosciuto tramite   Massimo Mazzone. Anche la partecipazione di Edoardo Albinati è frutto della collaborazione della Casa delle letterature di Roma e il Macro Asilo.  Con Marco Vannini, il più importante studioso italiano di Meister Eckhart, abbiamo un dialogo aperto da quando nel 2013 ha tenuto una conferenza alla mia mostra Land of prayer Alias –presso la Galleria di Pino Casagrande, con la cura di Emma Ercoli -, successivamente pubblicata nel libro curato da Franco Speroni, Gianfranco D’AlonzoLOP – Rete Mostra Libro, Quando l’arte ripensa le piattaforme della comunicazione. Lo stesso Vannini, andando incontro a un mio desiderio, mi ha segnalato il lavoro che Tiziana Piccinelli aveva realizzato sulla figura di Simone Weil. Jo em confesso, invece, ci porta indietro di qualche anno, quando nel 2003 ho dato il via – più o meno consapevolmente, visto lo stato di crisi che stavo attraversando – al trittico idealeConfessione, Preghiera, Pianto,in quel progetto incredibile che è stato la Lift Gallery di Roma: qui il mondo della superficieha iniziato a prendere la parola e ad animarsi all’interno di condomini, web, gallerie, libri, occupazioni, case, musei… Il sacerdote che allora confessò dentro l’ascensore questa volta non ha potuto partecipare e l’opera ha preso una diversa configurazione poggiandosi su una falla del sistema dell’ascensore; un’occasione in più per fondare un’opera sulla malattia e sull’errore. Invece è stata una normativadell’amministrazione del Comune di Roma che ha impedito a Olimpia, la mia Labrador Retriever, di partecipare all’azione FEED, qui riproposta con un documento video della sua edizione realizzata in passato nella Stanza della Preghiera del MAAM. Un discorso a parte va fatto per il brevissimo video Tenebrae, dove Paul Celan legge la sua poesia su una brevissima carrellata del film di Alain Resnais Nuit et brouillard.Lo ha realizzato F.B. Senhal, una conoscenza vissuta esclusivamente su Facebook e dalla quale è nata questa collaborazione. Il suo è un nick name, ovviamente, e ciò rende ancora più intrigante e sorprendente la dimensione dell’opera nel suo complesso perché ne svela, a proposito di paradossi, la chiave di lettura.

Pertanto, da solo non sarei stato in grado di costruire questo “palinsesto” ma nemmeno mi sarebbe piaciuto farlo. Da anni lavoro dando molta importanza ai contributi riflessivi di   persone che mi seguono – in particolare Emma Ercoli, Luisa Valeriani e Franco Speroni – e considero queste opere frutto di un lavoro collettivo e non esclusivamente “mio”. 

Pleasenon vuole certo essere metafora di condizioni umane e disumane, ma l’”atelier” nel quale è stato lavorato è mobile, dal tempo prolungato, con uno spazio di luoghi distanziati da muri; colmo di corpi, di oggetti, di immagini; colmo di desideri. Quel Superluogo da cui scaturisce (Pleasederiva direttamente dall’esperienza di anni di lavoro all’interno del MAAM e di Metropoliz, occupazione abitativa alla periferia di Roma che Marc Augé, in occasione di una sua recente visita, definì Superluogo) in cui arte, politica, relazioni estetiche e umane si concentrano intorno alla questione casa, attiva qui un dispositivo che rinnova l’attenzione sul nostro agire che possa liberare la preghiera dagli orpelli formali per incarnarla nel quotidiano, nel domestico, nel rituale politico. Potremmo parlare di impossibilità della preghiera, condizione coatta per riflettere su come abitiamo il mondo e come ce lo rappresentiamo. Non c’è scenografia, non c’è spettacolo. Si presenta un modo di cercare, di inseguire un pensiero che rintracci un senso come conseguenza dell’azione del tempo. Potrebbe avvicinarsi a un procedimento algoritmico o più semplicemente possiamo dire che nessuna delle sue parti si basta.Provengo da studi e pratiche della grafica d’arte nelle quali è difficile, se non impossibile dal mio unto di vista, determinare una figura dell’operase non nel suo iter, il prima e il dopo sono stadi sempre reversibili e costantemente presenti.  Qui la matrice” non promette mai un’immagine, il cui desiderio non è mai appagato. Ma questo richiede un impegno complesso di elaborazione iconoclasta dove l’oggetto d’interesse non sta nel demolire, annullare l’immagine ma rideterminarne la sua collocazione, cioè nascosta.

Questa azione comprende anche quella di mimesi. Come accennavo prima, ripercorrere nella pratica artistica quelle del nascondimento della storia disvela dimensioni della condizione rituale della società che divinizza sé stessa, pertanto le sue categorie sono pienamente sovrapponibili ai modidella spiritualità. Inoltre, ristabilire un segreto e proteggerlo mi mette al pari di chi sull’omertà e sull’occultamento della storia (dell’arte) fonda il proprio potere. Diciamo che mi piace richiamare la realtà ripercorrendone i sentieri e non rappresentandola: senza provocazione, aderente a una società laica, perché per come stanno le cose oggi (e questo è un passaggio delicato perché non amo le paludi della cronaca) forse dissacrazione è il termine più azzeccato, per mimesi, e perché, al contrario della provocazione, non richiede nessuna risposta per avverarsi.

“Se credo in Dio? Sì, quando lavoro”(Henri Matisse). Questo enunciato riassume un altro paradosso fondante dello statuto che regola l’azione dell’artista, che non ha nessun timore di parlare di creazione e nella fattispecie di loro stessi come creatori. Non hanno torto ma allo stesso tempo in quei momenti, come dice Matisse, come fai a definirti? Come può un artista lavorare per un “credo” e credere allo stesso tempo di definirsi quando sappiamo che il momento in cui riusciamo (lo capiamo dopo) a vivere e fare l’esperienza di un momento indefinibile e sconcertante è proprio il momento in cui “non credi in niente” ed è il momento in cui forse, crei qualcosa, in cui sei stanco di cercare. 


[i]Rielaborazione dell’intervista Gianfranco D’Alonzo. Una Preghiera per il Macro Asilo di De Finis, pubblicata su Arts Life il 24.12.2018.

[ii]Boris Groys, Lo stalinismo ovvero l’opera d’arte totale,citazione ripresa da Karsten Harries, Das brefeite Nichts, in Durchblicke, Martin Heidegger zum 80°. Geburtstag, Francoforte sul Meno 1970, p. 46.

 

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