Tears, a parete

 

Gianfranco D’Alonzo Garibaldi
 Atelier del Macro Asilo
 24-29 dicembre 2019

 

 

Nel 2017, dal 9 al 14 ottobre, nell’ ambito di RAW ROME ART WEEK_La settimana dell’arte contemporanea, ho iniziato un’opera che prevede un procedere nel tempo e nei luoghi che ne permette, contemporaneamente, sia l’esecuzione che lafruizione. Nello Studio d’Arte Pisani, che accoglieva il progetto di Giorgio de Finis “G-HOST,” ho iniziato quanto segue.  http://www.gianfrancodalonzo.net/a-caldo-unopera-in-transito/

 

Ora questa garza torna a proporsi come fatto, con il suo portato d’inutilità. Inutile e i suoi sinonimi (Cattivo Disutile Eccessivo Futile Improduttivo Inadatto Inane Inconcludente Inefficace Infecondo Infruttuoso Inservibile Inutilizzabile Irrecuperabile Ozioso Perduto Pleonastico Sterile Superfluo Vano) diventano sfumature di un significato che tutte le contiene.

L’idea di “A caldo…. un’ opera in transito”, per sua natura quindi mobile e aleatoria, transitando dentro l’Atelier del Macro Asilo diventa Tears_a parete. Si trasforma o meglio viene incontro, quasi naturalmente, in questo spazio delle opere in fieri, all’idea di un altro progetto precedente e finora in attesa di sviluppo: Tears, dove le lacrime del titolo erano suggerite dal Muro del pianto del Tempio di Gerusalemme, da quei gesti silenziosi e dalla presenza massiccia di quella roivina, di quello “scarto” così pieno di senso e di storia e che, a sua volta, si mescola oggi con l’eco di nuovi muri anch’essi riferiti, anche se in maniera differente, ai nuovi scarti della nostra storia contempranea. Questa volta scarti umani.

Rispetto ad “A caldo… un’opera in transito” questa nuova proposta è un aggiornamento del suo procedere che invece di formare accumulo verticale, una pila di garze, come era nella sua prima edizione, ordinerà le tarlatane sulla griglia di metallo laccato che occupa tutta la superficie della parete messa a disposizione dall’Atelier. Aperte e rianimate dal calore e dalla manipolazione, le garze la rivestiranno avanzando anche come stratificazione aggettante. Un’esperienza forse formalmente gradevole. La “finzione” propria dell’arte, sappiamo bene, sa trasformare l’ostacolo di una siepe in unparapetto che apre all’invenzione e alla riflessione, come ci ricorda l’Infinito di Leopardi di cui si celebra il centenario.

Ma cosa sarà l’esperienza visiva dell’opera, condizionata dal risultato del suo procedere transitorio e indeterminato, non importa all’autore. Importa, invece, cheoccuperà la terza parte del trittico immaginario Confessione, Preghiera, Pianto, il cui cammino è iniziato nel 2003 con “Jo em confesso” http://www.gianfrancodalonzo.net/jo-em-confesso/ ,proseguito con le tre fasi di “Land of Prayer” http://www.gianfrancodalonzo.net/land-of-prayer/ , e si conclude (provvisoriamente) con Tears_a parete, come è documentato nel video che ne ripercorre tutta la storia. https://youtu.be/7ILGYanNtyE

 

 

https://www.facebook.com/events/466077514078449/

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