MAAM MUSEO DELL’ALTRO E DELL’ALTROVE DI METROPOLIZ CITTÀ METICCIA

 

Stanza di Preghiera 

Nel giugno 2015, ho allestito la STANZA DI PREGHIERA in uno spazio che prima di essere MAAM era una delle celle frigorifere della ex fabbrica Fiorucci. L’ho scelto perché già conteneva elementi che entravano in attrito: l’impermeabilità data dalla sua originaria funzione e la strana presenza di guard rail che, al contrario, svolgono il loro compito in uno spazio complesso e contaminato.
Perciò la preghiera, in questo caso, si configura fisicamente e visivamente come un’azione di opposizione, non formula e rappresentazione di una religione che chiude e divide ma territorio aperto, esperienza assai prossima ai modi di fare mondo propri dell’arte contemporanea (Speroni), e il suo realizzarsi diventa dispositivo che rinnova la comprensione del nostro agire quotidiano, sfidando le contraddizioni accumulate nelle pieghe della relazionalità, dove il politico risiede nella scelta: non c’è più tempo per stare a parlare di tutto, di qualsiasi cosa, bisogna parlare di quello che davvero conta. Cioè della religione. Che da divina si è fatta società (Abruzzese).
Chiunque faccia un minimo d’esperienza di Metropoliz avverte l’imposizione non solo di reindirizzare i propri mezzi ma soprattutto di riconfigurare la propria presenza nel mondo. Perciò l’apertura dell’opera non risiede tanto nella dimensione formale, strutturale e metodologica quanto nel suo procedere nel tempo e nella carne dell’abitare, rinnovando esperienze originarie.

 

Piccoli passi di domande fuori luogo

di Gianfranco D’Alonzo

La scelta di questo ambiente, così diverso da tutti gli altri, risponde all’esigenza di attivare un contraddittorio fra la chiusura suggerita dallo spazio, per sua natura non dialogante con l’esterno (cura della riflessione), e la presenza di guard rail  che, al contrario, rimandano a uno spazio aperto (cura della velocità). Perciò la “preghiera”, in questo caso, si configura fisicamente e visivamente come un’azione di opposizione, come dispositivo che rinnova l’attenzione sul nostro agire quotidiano, affrontando le contraddizioni accumulate nelle pieghe della relazionalità. Rintracciando il politico nella scelta: inazione e interferenza. …strisce pedonali, guardrail, pareti zincate – coibentate – verniciate di bianco, segnaletica stradale (dentro e fuori). Uno zerbino intarsiato: un tappeto? Per i bambini di Metropoliz solo “la mucca”.

 

“Ma cos’è tutto questo?”- E’ la domanda degli occupanti di Metropoliz.

“La speranza che diventi un luogo della cura, come ogni ambiente di casa vostra”- rispondo.

Forse, uno spazio in cui liberare la preghiera dagli orpelli formali per incarnarla nel quotidiano, nel domestico, nel rituale politico. Uno svelamento di quell’ esperienza assai prossima ai modi di fare mondo propri dell’arte contemporanea (Speroni).

(Da bambino il mio museo era la chiesa del paese, l’unico posto da me allora conosciuto in cui statue, immagini dipinte, racconti, suoni, riti e liturgie testimoniavano eventi, gioie e drammi, vicini e lontani nel tempo. Era la casa di tutti. La più bella.)

Il MAAM impone all’artista di mettere in discussione i mezzi espressivi fino lì accettati, le motivazioni del proprio lavoro, occhi nuovi. Una conversione!?

All’inizio è stato difficile per me muovermi tra cumuli di divinità, idoli vari, artisti brandizzati ma, nello stesso tempo, non ho potuto non vedere oltre quel flusso ininterrotto di immagini e di rappresentazioni la nuova natura che le ospita e che essa stessa nutre. Il colore proibito e il dolore di fondo, scarti  tra MAAM e Metropoliz.

Ma cos’è  l’iconoclastia del MAAM!?

Azione, riuso, pulizia, svuotamento, rigenerazione. Le immagini, benché imponenti, non permettono una visione prospettica, una panoramica del tutto, ma compongono una condizione immersiva in cui lo sguardo perde il suo potere. Il processo domina qualunque ipotesi di “immagine”. L’occupazione, figura del politico che muove forme e contenuti non sovrapponibili. Matrice che non prevede la promessa di un’immagine, desiderio qui mai appagato.

Perché da molti anni indago il tema spirituale e religioso!?

Non c’è più tempo per stare a parlare di tutto, di qualsiasi cosa, bisogna parlare di quello che davvero conta. Cioè della religione. Che da divina si è fatta società. (A. Abruzzese) Potrebbe esserci risposta migliore? Ma, la domanda – che mi viene rivolta molto spesso – nasconde un “disagio”, la volontà inconfessata di ridurre tutto a una questione personale con l’altrettanta segreta speranza di allontanare il fantasma del politico che il tema convoca, dell’azione come insubordinazione dissacrante invece cheprovocatoria.

Che ci faccio qui ogni settimana!?

E sì, che ci faccio? Il posto mi “chiama” e io penso incautamente di avere una risposta a questo richiamo. Sta di fatto che quando vengo al MAAM dimentico tutto, mi si svuota la testa (non che ci voglia molto). Si rinnova quell’esperienza originaria – come nella rete – dalla carne provvisoria, permanentemente tale.

Il fluire dei segni, dei corpi, placa la mia rabbia ma non mi consola: mi rinomina. Evoca i luoghi della mia infanzia nonostante la differenza del paesaggio.

Ma cos’è questo museo, questo luogo dello spirito dove riponiamo tante delle nostre aspettative?

E’ sopravvivenza, utilità non solo materiale, della salvezza della propria vita, della propria casa, delle giornate nuove che non sono tali perché è passato un altro giorno ma perché forme e stadi del percorso lo determinano.

Insomma, non stiamo parlando di un centro sociale, vero?

 

 

dyingnow

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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