"Cecità"

di  Alberto Abruzzese

Una dimensione particolare della navigazione in rete – dimensione non nuova ma terribilmente originaria e per questo appunto oggi devastante – è quella di non potere mantenere la rotta, sospinti sull’onda dai continui richiami di sirene cieche: link che occhieggiano ai margini e dentro ogni pagina. Ma anche nella nostra testa e nelle nostre mani. Nelle nostre viscere. Intrusioni del presente. Così accade che di continuo si perda la retta via – il fine e il mezzo – e ci si imbatta in terre e relitti di terre.
Ho visto “Land of prayer” di Gianfranco D’Alonzo prima di leggere alcune delle interpretazioni che ne sono state date. Prima di sapere qualche cosa sulla sua vita di artista e sulla sua vocazione. Dunque ne ho avuto una visione – che è ben altro da vista – in tutto appropriata all’opera (che, in D’Alonzo, tale è anche se nella forma convergente di un operare reciproco tra artista e persona). E’ stata una fortuna. Una fortuna per me, la qual cosa significa che ringrazio il “caso” di questo inatteso incontro sul web. Non sono religioso (lo dirò meglio e meno ingenuamente tra poco) e dunque non corro rischi di ambiguità personale se dico che il consiglio di andare a vedere “Land of prayer”  ha la stessa sostanza di una grazia ricevuta.
La fortuna consiste nell’avere vissuto l’ibrido di D’Alonzo nel suo vivo ovvero senza rischiare di avere subito a portata di mano qualche spiegazione, traduzione, negoziazione di senso. Così mi sono potuto lasciare accadere dal fatto (come cercherò di dire, in tutto psicofisico). La prima mossa di fronte allo schermo scuro – più scuro del nero in virtù della sua luminosa punteggiatura o sottostante tessitura – è stata l’immergermi nel titolo. Che più esplicito non potrebbe essere. Eppure …
Il movimento che grazie a questo gesto compiuto, atto e dunque fatto, si mostra all’occhio è una sequenza: lenta, molto lenta. Tanto lenta da prendere il sopravvento sullo sguardo, dominarti in ragione dell’attesa alla quale ti costringe (sai dove arriverà a concludersi, ma non puoi fare a meno di domandarti su come si concluderà: pura fiction televisiva; tempo che si conclude in spazio). Il movimento – la narrazione (eppure né fabula né romanzo) – scorre  sino a riempire lo schermo della sua trama ottica. Là dove l’immaginazione può trovare immagini e che tuttavia si negano come senso. Forme ma senza senso (l’ordinato disordine che per Adorno era l’unico modo di sfuggire al totalitarismo dell’arte e insieme della cultura di massa). Quasi un esercizio spirituale (che tuttavia conserva memoria della società dello spettacolo, proprio nascendo dalle sue rovine).
Infine – alla fine, a compimento, a chiudere e insieme riaprire l’avvenuto – ecco iniziare per non finire, per sconfinare, il rito ciclico: il gioco tra quello che accade sulla tela e il cembalo che ti suona nei sensi. Ma, proprio quando ti sembra di avere finalmente di fronte il mondo, la sua scena, irrompe un primo lampo, e poi a seguire altri lampi di luce, e di poi, ancora, un tremare dell’immagine così da iterare piccoli traumi della vista. Spaesamenti che ti costringono a riprendere possesso dell’occhio, ad accertarti di nuovo del visibile. Choc.
Così, la orchestrata regia della prima sequenza tace, muore, è mortificata, pur bella e armonica com’era … perché invasa dalla piena acquisizione del finale di partita tra avanguardie storiche (tecnologia dello choc) e arte  (tecnologia del sovrano). C’è molto – in questione,  dunque a farsi domanda – del Benjamin che, parlando di opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, tratta il rapporto tra crisi dell’arte e permutazioni della sua aura dentro le regole della società.
Ma oggi siamo all’epoca della riproducibilità digitale. A dovere richiamare qualcosa in grado di significare l’effetto dei lampi di luce sulla trama – nera e bianca – del mondo, il suo sempre uguale e sempre diverso inafferrabile paesaggio, non trovo altro caso più (appunto) illuminante dell’accecamento di Paolo di Tarso sulla via di Damasco. Da quella caduta del corpo e del suo sguardo mondano, Paolo si fa santo. Paolo pregherà il dio che accecandolo gli si è mostrato. Paolo sarà tra i primi sacerdoti della Chiesa Cristiana.
Aura ovvero luce divina. Ecco: è un trauma – la paura di non essere in quanto è il mondo delle cose a non essere, a non essere un fatto – a dare accesso al rimanente che l’umano rimuove nel quotidiano suo vivere. Il lampo di luce getta  l’essere nel niente. Nel vuoto. La preghiera è il desiderio di corrispondere al vuoto e dal vuoto essere corrisposti. Interrogare il vuoto. Attendere che si apra la radura della luce. Come il cielo che si apre a illuminare il grido di dolore del Cristo Crocefisso. Il vuoto che è tutto e niente. Più del tutto, dunque, e più del niente. Energia generatrice.
Eppure l’aura è anticipazione: ha già in se stessa il desiderio umano di potere dare un corpo all’apparire del vuoto. Di possedere in proprio la sua virtù cosmica. L’aura è la sostanza dell’impulso religioso: la volontà di potenza che si esprime nel legame, nel vincolo, nella condivisione con l’altro. Il vuoto si colma di umanità. Il vuoto divinizza. L’aura rinnova l’invenzione umana del dio. Essa è dunque la tecnologia dell’esserci. La tecnologia del possedere: avere e abitare; manipolare e vestire; produrre e consumare oggetti. Tecnologia del  possedere la terra della carne, dei sessi, del parto e della morte, del raccoglitore, della dimora, del contadino, dei metalli, del guerriero,  del castello, della città, delle americhe, delle fabbriche, del lavoro, delle nazioni, dei mercati, delle vetrine, degli schermi, delle reti.
La potenza del Simbolo – qualsiasi segno in grado di comunicare – è nella sua capacità di asservire il mondo al desiderio umano di sopravvivenza (e se il mondo resiste e non basta, ci vuole il cielo: il desiderio, la cui etimologia è siderale, altro non è che l’impulso del bisogno di vivere e dunque di oltrepassare il bisogno). L’aura è la strategia del mettere in comune: il soggetto che desidera abitare il mondo se ne ammanta. E per questo la persona, smarrita dal mondo e nel mondo, prega. Chiede che il vuoto lo ricolmi di vita. Chiede – come ci narra la Pentecoste – che  la fiamma divina lo faccia risplendere della sua luce.
L’aura non è dunque il tramite al sacro ma al religioso.  C’è una differenza radicale tra la dimensione del sacro e quella della religione. Ciò che questa libera al di là dell’umano è dal sacro immersa nelle viscere del vivente, nel segreto della carne-mondo. Il sacro non ha luce. E’ atroce: nero e feroce, crudele, disumano. Sangue raggrumato. Sacrificio e dolore. L’arte nel tempo della digitalizzazione del mondo ha accentuato il suo tentativo di immergersi nel sacro (e non solo l’arte degli artisti ma tutto l’immaginario dei consumi e il sublime tecnologico degli schermi). La digitalizzazione del mondo – progressiva convergenza, con-fusione, tra organica e inorganica materia – ritorna al momento primordiale, pre-religioso, di una sutura in tutto cieca tra l’umano e il rimanente, il non-umano. Il senso dell’impulso a pregare – a sentirsi terra di preghiera – ripiega per me in una zona in cui le tentazioni della religione non si sono ancora fatte luce. E di questo buio conviene essere responsabili.